N EL 2010 HA VISSUTO LA SUA RIBALTA ARTISTICA. UN LIBRO CANDIDATO ALLO STREGA”, UN DOCUMENTARIO CHE HA RACCOLTO PREMI E CONSENSI. IL REGISTA E SCRITTORE SICILIANO SI RACCONTA IN QUESTA IN OCCASIONE DELLA SUA VISITA AL “CINEMA E TERRITORI DOC FEST” IL 26 NOVEMBRE AL TEATRO CIVICO 14.
E’ arrivato a Caserta per godersi il successo della sua prima opera letteraria, candidata al Premio Strega 2010. Un’occasione troppo ghiotta per la nostra rubrica. Il regista e scrittore palermitano Giuseppe Schillaci, ha vinto il Premio Speciale della Giuria all’ultimo festival del Cinema di Torino e il Premio Selezione Doc Professional Award con “The Cambodian Room – Situations with Antoine D’Agata”, documentario girato a quattro mani con Tommaso Lusena. Romanzo e documentario puntualmente presente durante gli appuntamenti di Cinema e Territori DOC FEST (il 26 Novembre alle 21.30 al Teatro Civico 14), il festival itinerante dedicato ai documentari, partito da alcune settimane.
Partiamo dal tuo ultimo lavoro. Perché la decisione di buttarti in questa nuova, e lasciacelo dire fortunatissima, avventura letteraria?
“L’idea del romanzo è nata nel dicembre 2006 ascoltando le storie d’infanzie delle mie zie. Da quei racconti emergeva una realtà che sentivo vicina e perturbante allo stesso tempo, un mondo di misteri, diffidenze, paure, un mondo rimasto uguale per secoli che nel Secondo Dopoguerra stava iniziando a cambiare, dopo la distruzione delle bombe e del fascismo. Mi sono accorto che, nonostante la sua lontananza, la realtà del 1948 a Palermo non era poi così diversa da quella di oggi, almeno per ciò che riguarda le dinamiche del potere religioso, sociale e politico. Così ho deciso di affrontare la questione delle origini, delle origini mie e della comunità italiana che in quell’anno rinasceva con le prime elezioni politiche della Repubblica”.
“L’anno delle ceneri” (Nutrimenti, pp. 224, Euro 15) ha di recente ricevuto la candidature al Premio Strega 2010, un riconoscimento ambito da tutti gli scrittori esordienti: ti aspettavi tutto questo quando hai deciso di scriverlo? Credi che una tale gratificazione possa spingerti a scrivere ancora?
“Quando scrivi speri ovviamente che il tuo libro venga letto e apprezzato. Inizialmente c’è la gioia di vedere il proprio romanzo diventare oggetto reale, il timore e il desiderio di affrontare il confronto coi lettori. Poi ti rendi conto che un libro è innanzitutto un prodotto editoriale e dunque fattori come la visibilità in libreria e la candidatura ai premi letterari sono soprattutto influenzati da meccanismi di mercato. Sono rimasto abbastanza stupito dalla selezione per lo Strega. Il fatto di scrivere un nuovo romanzo non è legato alla gratificazione ottenuta dal precedente, ma alla necessità di raccontare una storia, facendo i conti con la letteratura e la lingua, le sue trappole e le sue meraviglie”.
Un romanzo vibrante nella scrittura, coinvolgente nella narrazione, appassionante nella rievocazione di una Sicilia, quella che si preparava ad affrontare le elezioni del 1948, decisive per il futuro assetto politico dell’Italia sullo sfondo della storia di un amore impossibile. Da dove hai tratto ispirazione per scriverlo? Quali sono le tue letture preferite?
“Ho sentito la necessità di guardarmi indietro, di scavare nel passato per cercare la mia identità e quella della comunità in cui vivo, visto che la realtà di oggi ci costringe a vivere un tempo in cui è sempre più difficile immaginare il futuro. Amo la letteratura siciliana del Novecento – Vittorini, Sciascia, Brancati, Consolo, Bufalino - ma anche alcuni contemporanei italiani, francesi e americani. Ho una grande passione per gli scrittori latino-americani, a cui penso che i narratori del Meridione italiano siano in qualche modo affini: uno per tutti Roberto Bolaño”.
Dal cinema alla letteratura. Il Premio Speciale della Giuria al Torino Film Festival, è stato vinto dal tuo ultimo documentario “The Cambodian Room – Situations with Antoine D’Agata”, con la seguente motivazione “per la precisione dello sguardo e la forza espressiva della messa in scena, in grado di indagare il viaggio di un artista e le motivazioni ultime della sua ricerca”. Come è nata l’idea di quest’opera?
“L’idea nacque quattro anni fa, dopo aver visionato un’intervista che aveva fatto Tommaso Lusena (il co-regista del film) ad Antoine D’Agata, in occasione di una mostra del fotografo della Magnum a Roma. Mi resi conto che dietro le parole e lo sguardo di D’Agata c’era un personaggio potente, oscuro e affascinante. Decidemmo di raccontare una storia di cui D’Agata e il suo mondo fossero protagonisti, la storia di un artista e delle sue ossessioni. Il periodo di sviluppo e scrittura è stato molto lungo. Poi, nel marzo 2008, abbiamo finalmente raggiunto D’Agata in Cambogia e siamo rimasti con lui per più di un mese”.
“The Cambodian Room” è uno spiccato sull’esperienza allucinante vissuta a Phom Penh (Cambogia) da Antoine D’Agata, fotografo dell’Agenzia Magnum. Dopo una vita trascorsa tra sesso, droga e sregolatezze a fotografare paesaggi deserti e realtà ai limiti, D’Agata si rinchiude in una stanza ad indagare sul corpo e la carne. Che impressione vi ha fatto quest’uomo fuori dagli schemi quando lo avete conosciuto? Ha lavorato con voi al documentario?
“D’Agata è un grande artista, un uomo complesso e controverso. In Cambogia il fotografo stava vivendo un periodo critico del suo percorso artistico, fatto di eccessi e auto-distruzione. Abbiamo vissuto con lui alcune esperienze profonde che sono entrate nel film. Il rapporto con D’Agata non è stato semplice; abbiamo dovuto metterci in gioco continuamente, scendere a compromessi e affrontare molte difficoltà, ma alla fine è stata un’esperienza bellissima e intensa, di scambio generoso, di crescita”.
Come mai hai scelto di dedicarti al documentario? Credi che continuerai a lavorare a questa particolare forma di espressione cinematografica o sei già tentato ad orientarti verso il film?
“Il film documentario ti consente di affrontare la narrazione e il cinema in modo molto personale. Il documentario, poi, è un’utilissima palestra per la sperimentazione e la contaminazione dei linguaggi, soprattutto in un mondo come quello di oggi in cui la realtà è sempre più sfuggente, vissuta in modo indiretto e mediato. Per ora mi manterrò su questo genere: tra poco, infatti, uscirà il mio nuovo documentario. Adesso sto finendo “Cosmic Energy Inc” il mio nuovo documentario”.
- Wenders ha riacceso i riflettori sul cinema made in Palermo: quale è, a tuo parere, la situazione attuale del cinema nella tua città e in generale in Sicilia? E nella “nostra” Campania?
“In Sicilia e in Campania abbiamo avuto un periodo incoraggiante, in cui sembrava finalmente si stesse muovendo qualcosa. Adesso ci sono segnali contraddittori e a volte preoccupanti. Penso che il Sud Italia sia un territorio speciale per il cinema, grazie ai suoi luoghi magici, alla luce, alla stratificazione di storie antiche e moderne, alla complessità sociale e umana. Purtroppo, però, il cinema è anche un’industria e, come sappiamo, nel nostro Meridione l’economia si muove male e lentamente”.




















