FABIO ABATE: “FISARMONICHE E MANDOLINI
PER RACCONTARE I SUONI DEL MEDITERRANEO”

Incontriamo il cantante catenese da anni al fianco di Carmen Consoli. E' stata proprio la "cantantessa" a produrre "itinerario precario", debutto discografico dove abbondano le innovazioni musicali
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Quando incontriamo Fabio Abate Bologna è ancora avvolta dal freddo e da temperature che fanno apparire la primavera come un miraggio. Il capoluogo emiliano, però, fa solo da cornice all'incontro in quanto l"accoglienza e l’intensità dell’intervista appartengono marcatamente al tipico calore siculo. Manca un buon cannolo alla ricotta e un bicchiere di Marsala a completare l’atmosfera, ma confidiamo in una prossima volta non troppo lontana. Fabio nasce a Catania in una famiglia di artisti. Padre cantante, fratello che studia al conservatorio. Con la musica, però, non è amore a prima vista e la passione scoppia con un certo ritardo. Fabio saprà recuperare il tempo perduto tessendo con la musica una trama molto intensa. Un’ innata naturalezza ed eleganza nell’approccio alla musica, due doti sulle quali ha puntato la Narciso record’s, etichetta creata da Carmen Consoli, che ha prodotto il suo primo album Itinerario Precario. Sette anni fa circa, suonando in un locale di Catania, Fabio venne scoperto da un amico e collaboratore di Carmen Consoli che lo portò a Roma. Con la "cantantessa" è stato feeling professionale a prima vista. La musica, le canzoni di Fabio, hanno immediatamente fatto nascere un rapporto di stima, complicità e collaborazione. L’eleganza e la ricerca assoluta della Mediterraneità del suono sono senza dubbio i denominatori comuni. In occasione del debutto discografico di Fabio, abbiamo approfittato per conoscere da vicino passioni e progetti dell’artista catanese.
- Ancor prima di conoscervi sia tu che Carmen, oltre ad aver assaporato e sentito gli stessi profumi e suoni della splendida Catania avete avuto un passato rock.Cosa accomuna lo stile che adesso ti trovi a proporre con quello che è stato il tuo passato musicale?
"I primi brani che ho studiato sono stati quelli dei Led Zeppelin, brani tosti e acidi, con il tempo mi sono avvicinato a Jeff Bukley , un artista che adoro, David Bowie, poi l’incontro con Carmen e con la sua etichetta, mi hanno dato modo di avvicinarmi anche ai Lautari e Alfio Antico un gruppo e un artista che fanno Word Music e utilizzano mandolini, mandoloncelli, fisarmoniche, tutti strumenti tipici del mediterraneo, in questo modo si sono incontrati; il mio progetto, fatto di chitarre elettriche e il loro modo di fare musica, studiando con loro, seguendo le loro registrazioni e i loro concerti si è fuso ciò che facciamo oggi insieme, scoprendo nuovi modi di fare musica, nuovi strumenti, come il buzuki, la fisarmonica, il mandoloncello, assistendo così anche a due dischi di Carmen: Eva contro Eva ed Elettra. Lavori che hanno regalato consensi e soddisfazioni".
- Ti ritieni un ottimo osservatore, un amante del dettaglio. Questi sono aspetti che spesso si adattano ad una persona timida, introversa. Credi che sia vero e che questi aspetti siano adatti ad una persona che vuole fare il tuo mestiere?
"Fondamentalmente io sono molto timido, dovrei quindi riscontare molte difficoltà nel mio lavoro, ma quando sono sul palco, lascio questi aspetti dietro di me, faccio scomparire tutto perché mi concentro nel suonare nel cantare e credo anche che tutti i cantautori abbiano una loro componente timida e anche introversa, proprio per la ricerca del modo migliore per trasmettere ciò che voglio dire".
- Da bambino quando ti chiedevano che lavoro ti sarebbe piaciuto fare, cosa rispondevi?
"Il pittore! Un’immagine che mi ha sempre affascinato, un ambiente che ancora oggi da appassionato cerco di seguire. La pittura è una forma d’arte davvero straordinaria".
- Il primo approccio con la musica?
"A 13 anni, mio fratello suonava e studiava al conservatorio, pianoforte. La musica in casa era presenza fissa. Sono davvero nato con la musica grazie anche a mio padre che faceva il cantante. Non ho cominciato subito, anche se la musica è sempre stata radicata in me, ma avevo altri interessi e vedere, tra l’altro, mio fratello così impegnato, senza mai il tempo di pensare a se, mi faceva paura, avevo un rifiuto interiore, preferivo giocare a calcio.

 

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Poi mio padre, in qualche modo, mi ha costretto a studiare, mi sono iscritto al liceo musicale, ho studiato violino per un anno, poi la batteria per sei mesi, poi la chitarra, poi ho cominciato a cantare, mischiando insieme un sacco di cose. Tutto questo mi è tornato utile. Adesso i miei brani li arrangio completamente io".
- Nel tuo brano, "Il povero pagliaccio", parli dell’uomo contornato da egocentrismo, come elemento megalomane, ma fondamentalmente solo. Una persona che fa il tuo mestiere, si ritrova poi, per forza di cose, al centro dell’attenzione. Non temi anche tu di ritrovarti poi, fondamentalmente solo?
"Si lo temo, io ho scritto questo brano, anche se parlo in terza persona, ma chiunque potrebbe trovarsi solo, anche io, ne ho molta paura. Riguardo al mio mestiere, dove ti ritrovi circondato da tante persone molti si sentono fondamentalmente soli e li ti ritrovi per forza, ad aggrapparti a quelle che sono veramente le persone importanti, che ti stimano per quello che sei".
- Ascoltando molti tuoi brani e quelli di Carmen, ovviamente, cantate molto spesso Catania e la Sicilia, sia dai punti di vista più belli che da quelli un po’ più scuri, come vedi il fatto di raccontare a tutta l’Italia gli aspetti più brutti della Sicilia, non temi che allontani ulteriormente e che faccia crescere il pregiudizio che già esiste?
"Ci sarebbe da fare un discorso che non finirebbe mai, conosco benissimo Catania, ci abito e ci sono cresciuto, ho suonato ovunque, in qualsiasi locale. Catania fino a 15 anni fa, era in fermento, tanti nuovi musicisti, nuovi gruppi nascenti, artisti di ogni tipo, che fu anche il periodo in cui emerse Carmen, c’era un noto produttore, che tra l’altro, portò i R.E.M. in Sicilia,la gente investiva sugli artisti sulla musica di qualità, poi negli ultimi dieci anni, un calo totale, non credo che raccontare allontani, serve, anzi, a far conoscere la verità di ciò che c’è, dando la vera immagine di ciò che soprattutto noi giovani viviamo, appunto per questo il mio album si intitola, Itinerario Precario. In prima persona ho vissuto i disagi che i giovani in Sicilia hanno e lo vivo ancora, per noi è difficile anche fare sentire un brano".
- Si è da poco concluso il Festival di San Remo, cosa pensi di questa manifestazione? È ancora utile alla musica italiana, serve ancora a farla sentire viva?
"Penso serva e anche a tanto. A me piaceva tanto il festival, quando veniva organizzato degli anni 60-70, lo spirito che lo accompagnava era diverso. Resta una manifestazione di grande importanza e prestigio alla quale parteciperei molto volentieri se ne avessi la possibilità".
- Cosa pensi di tutti quei cantautori che oggi propongono, rivisitazioni, riarrangiamenti, duetti di brani già conosciuti, propri o di altri artisti. Quella mancanza di innovativa, l’attesa del nuovo brano, del cd dell’artista amato non c’è più, che cosa sta succedendo?
"È come un cane che si morde la coda, il mercato della musica è fermo, è come se avessimo le catene ai piedi, le case discografiche non investono più su nuovi talenti, su artisti che potrebbero, con il tempo, diventare delle certezze. Ormai si punta su investimenti a presa rapida, con consensi immediati. Cantanti o musicisti che escono fuori dai reality che sono già pronti e impacchettati. Il bello è che anche i cantautori, stanno seguendo questo target. Il mercato richiede questo. Alcuni, come la Mannoia, che ha proposto un brano con un’emergente, mettendosi allo stesso livello. Atri invece preferiscono solo riproporre, giocare con le cover. Ecco, un mercato privo di grosse sterzate. Anche io e Carmen, durante il concerto, proponiamo un vecchio brano, La notte di Adamo, una sorta di ricerca musicale che va al di fuori delle logiche commerciali".
- La gente però non acquista più, in parte è colpa di internet.
"Questo è il lato brutto della medaglia, a livello di visibilità internet aiuta tantissimo, economicamente ci danneggia. Un danno che cade anche sulle case discografiche che non investono più. Oggi se riesci a vendere 5.000 copie entri in classifica, prima c’erano artisti capaci di raggiungere numeri stratosferici".
- Come ti vedi tra 20 anni?
"Come adesso, senz’altro migliorato, musicalmente, perché non si finisce mai di imparare, continuando ad amare ciò che faccio. Sperando sempre di poter continuare a fare musica e di essere apprezzato da chi ascolta".
 
servizio a cura di Wanda D’Amico
 
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